Sto leggendo “Donne di conoscenza”, di Haria..se non sapete chi è, come vive e cosa scrive, cercatela online.. vi auguro di trovarla (diciamo che preferisce stare nascosta.. ecco ve la spiego così per non rovinarvi la sorpresa). Ovviamente le donne di conoscenza hanno avuto vari altri nomi, nei secoli. “Streghe” è il più adoperato. Fra coloro di cui si legge in questo libro, splendido come tutti quelli di Haria che ho letto, ce n’è una, Ottia, che mi ha tanto ricordato la strega che sto cercando di “studiare” in questo periodo.. vi riporto il passo.
“Non so chi fosse mia madre. Qualcuno – forse una vecchia del villaggio di fango e sterpi dove crebbi – mi impose il nome Tara, e per questo io mi dico figlia di Taro, il sacro torrente dei druschi, il mio popolo sconfitto da miseria e sogni infranti.
Bambina, sguazzavo nei trogoli fra i maiali di cui ero guardiana; più tardi lo fui di cani selvaggi addestrati al combattimento per divertire il tempo irritato di signorotti annoiati, dominatori di Selvòla. Dai cani appresi il ritmo dell’agguato e la forza di resistenza; da Ottia, la strega che un freddo mattino di inverno mi raccolse nel pantano di un recinto alle porte di Volpara, presto ottenni scaltrezza e inflessibilità. Era una vecchia spaventosa ma impeccabile nell’arte della simulazione, qualità che le permetteva di sopravvivere in un tempo in cui la vita di una donna di conoscenza – così definiva se stessa – valeva meno di quella di un cane randagio.
Il primo giorno mi prese a frustate coprendomi di insulti. Rannicchiata contro le travi sconnesse della sua baracca incassata fra due rocce nel fitto di un bosco di castagni ringhiai alla sua violenza, ma non piansi ne’ la implorai di smettere. Mi gettò la frusta addosso, proruppe in una risata irreale e gracchiò che se la mia resistenza era pari alla mia forza d’animo lei avrebbe fatto di me una vera donna di conoscenza.
Ottia non mentiva. Mi lasciò gelare fuori della baracca per due giorni e due notti; al terzo giorno uscì, si stiracchiò, sputò per terra e mi disse che siccome ero ancora lì tanto valeva che mi dessi da fare a raccogliere legna secca per lei. Mi alzai fissandola con aria di sfida. I suoi occhi si socchiusero e un sorriso apparve lungo le linee sottili delle sue labbra.”
Ecco qua. Sarei tentata di chiudere qui e lasciarvi con le parole di chi sa scrivere veramente. Ma provo a dire qualcosa pure io.
Come Baba Jaga, Ottia non va per il sottile, è vecchia brutta ed aggressiva. Mette duramente alla prova la bambina che si sta prendendo in carico. Tara è meno dolce e buona di Vassilissa (ma va detto, ed è importante se come sto provando a fare leggiamo queste storie come storie dell’anima, che Vassilissa è orfana ma la mamma ce l’ha avuta, Tara è figlia dell’abbandono); ne’ lei ne Vassilissa però sono servili con la vecchia, come chi fa il leccapiedi pensando al proprio tornaconto o come chi è debole e sottomesso. Entrambe le ragazze, ognuna con i propri modi, eseguono gli ordini ma non anticipano la vecchia come a voler farle piacere.
Aspettano. Questo è un punto difficile, per me. Anche aspettare è importante. Non è detto che sia sempre giusto “prendersi avanti”. Magari la Megera ci sta facendo aspettare, al freddo ed al buio, perché quello, per noi, è e deve essere il tempo dell’attesa. Siccome non è affatto un’attesa confortevole, e siccome intuiamo che quella strega sarà decisiva per noi, vorremmo bruciare le tappe, o perlomeno non essere lasciate lì come pirla ad aspettare i suoi comodi. Ecco, questo non vale quando si tratta della Donna di un milione di anni. Ci ha aspettato tanto, ed ora ci accorgiamo che è lei a decidere i tempi. E se è tempo di stare fuori al freddo, o seduta zitta finché lei mangia, allora se vogliamo rimanere con lei dobbiamo rassegnarci. Non è mai, lo ribadisco, una rassegnazione debole o menefreghista. Durante questo tempo Vassilissa pensa alle domande per Baba Jaga, e Tara elabora la sua rabbia e la fa diventare Intenzione.
Ottia frusta e impreca, come Baba Jaga piomba addosso urlando. Lulù chiama questo genere di cose “schiaffoni terapeutici”. A volte servono, anche se ammetto di faticare a capire perché, a discernere quando è accettabile da parte dell’anima essere presa a scossoni. Ma è innegabile che è meglio capire subito che il tempo con la strega non sarà facile, e che dobbiamo saper capire quando, anche se subito non siamo accolte, vale la pena di rimanere ed insistere, e quando invece è meglio mandare tutto a fanculo ed andarsene. Questa anche è una sfida difficilissima per il nostro orgoglio e per la nostra capacità di discernimento.
Ottia non mente, come Baba Jaga rispetta i patti. Pur esperta simulatrice, non è sleale con chi è degno. E’ per questo che dobbiamo fidarci della nostra anima selvaggia più nascosta ed antica. E non è facile, perché ci hanno insegnato a non farlo. Inoltre, è arduo attraversare tutti gli strati di bugie e maschere che abbiamo piazzato addosso a noi stesse, alla nostra visione delle cose, all’essenza delle cose stesse, che viene da dire “ma siam sicuri che questa è davvero la mia interiorità vera e profonda, o è solo l’ennesima cazzata che mi sto raccontando?”. Forse può aiutarci ammettere con noi stesse, e tenere a mente, che la Donna di un milione di anni che sta dentro di noi è brutta, incazzata, vecchia, dura e pura. Non risponde a nessun canone di bellezza ed educazione che ci hanno insegnato. Non rispetta nessuna delle regole di quieto vivere che applichiamo per poter stare in società. Sta bene per conto suo, ed è una eccezione quella che fa, se accetta di insegnarci, di donarci il fuoco. Non è la “nostra parte cattiva” nel senso superficiale. Non è quella che vorrebbe farla facile, imbrogliare chi è meno furbo, inveire contro gli extracomunitari ed evitare di pagare il canone. Non è la parte “politically uncorrect”, è di più. E’ quella che ti fa sognare di entrare in casa e trovare un topo morto. E’ quella che viene percepita dal tuo gatto, quando sei incazzata e lui o ti sta lontano e se ne frega di te oppure ti sta vicino solo per saltare e mordicchiare, ma di certo non per stare quieto, sereno e coccolone. E’ quella che ti fa vibrare più forte in certi punti del corpo, che ti fa sentire dolore in certe zone a seconda di con chi sei incazzata o per chi sei triste. E’ quella che è uscita fuori quando hai partorito, se avevi una buona ostetrica, e mai avresti creduto di saper urlare in modo così gutturale.
E’ quella con cui puoi incazzarti, e lei non fa una piega. Tanto tornerai. E se non torni, sarai sempre più perduta.
giovedì 19 dicembre 2013
lunedì 2 dicembre 2013
Fuoco e Misteri
Ci sono cose, per l’anima, che si possono trovare in parecchie fonti diverse. L’esperienza, i consigli degli altri, un buon libro, una canzone od una musica.. ecco, questo Fuoco e questi Misteri no. Questi da fuori non arrivano mica. Arrivano da profondità interne ed ataviche. Da anfratti segreti e bui dentro di noi. Da fuori possono arrivare dei suggerimenti per interpretare quello che viene da questi luoghi che siamo noi ma che noi stessi non conosciamo, e ciò spesso si esprime con un linguaggio misterioso, metaforico, esoterico, difficile da comprendere.
I Misteri che ci rivela Baba Jaga sono solo alcuni di quelli che Lei conosce, perché noi mortali non siamo fatti per la Certezza. Siamo fatti per la Possibilità, per il Dubbio. La vita mortale non è caratterizzata dai punti fermi, bensì dalle occasioni. Perciò certi Segreti devono restare tali. Ognuno può conoscerne alcuni, ma nessuno li può conoscere tutti. “Se troppo saprai, presto invecchierai”, dice infatti la strega. Chi crede di poter sapere tutto, di poter controllare tutto, di avere in mano tutto e dominarlo, non solo è miope a livelli, diciamocelo, imbarazzanti. Chi crede di potere o dovere sapere tutto per vivere bene, si avvicina velocemente alla vecchiaia, ma non alla saggezza. Secondo me Baba Jaga non parla di quella vecchiaia che caratterizza tutte le Grandi Madri, ma della vecchiaia che precede la morte. E, fra l’altro, neanche una morte con una rinascita tanto prossima. Perché più cose si cercano di sapere, più si cerca di avere il controllo, più si ambisce alla quiete, più si limita il movimento. Si crede che stare tranquilli e fermi sia la cosa più giusta da ricercare, nella vita. Ma come dice Lowen, ciò che è completamente fermo è morto. E Baba Jaga, che non è tipo da indorare pillole, ce lo dice abbastanza chiaramente. E possiamo essere certe che se non gestiremo con saggezza il nostro desiderio di conoscere i Misteri e la nostra smania di controllo, ne pagheremo gravi conseguenze.
La Conoscenza a cui possiamo (dobbiamo.. dovremmo) ambire è quella dell’Anima. La conoscenza di noi e di ciò che è buono per noi. La Conoscenza che fa dell’Intuito la più saggia delle guide. Questa conoscenza è data dal Fuoco che la Maga dona a Vassilissa. Non a caso brucia in testa, e negli occhi. Questa Conoscenza vede laddove è buio, brucia laddove è freddo, ci protegge laddove siamo minacciate. Dobbiamo trovarla, guadagnarcela, e fidarci di lei come ci siamo fidate della nostra bambola/intuito. Questo teschio infuocato fa ben più paura della bambola, ma possiede poteri ben maggiori, trasforma le intuizioni in consapevolezze, accompagna attraverso sentieri nuovi, vede tutto quello che ci riguarda e sa scegliere il Buono.
Il fuoco di Baba Jaga si ottiene dando tutte noi stesse. Corpo, ragione, intuito, paura, coraggio, amore, rispetto. La Conoscenza, la Consapevolezza, non si raggiungono se si evita di buttare nell’impresa qualcosa di nostro. O tutto o niente, in questa avventura. Si lascia andare ogni sicurezza per il Vuoto.. qualcosa ci dice che “è questa la casa che cerchiamo”.. qualcosa ci dice che tutto andrà bene, ma quello che dobbiamo investire e giocarci, siamo noi stesse nella nostra interezza. Con impeto, e ben poca razionalità. Ecco che allora le cose prendono a funzionare, con Lei. La Maga rimane severa e non ci sorride, ma chiamarla “Nonna” ci viene più spontaneo. Restiamo spaventate, ed è giusto che sia così, ma iniziamo a comprendere che se rischi tutto, puoi prendere tutto. Tutto quello che serve. Non mettiamoci avidità, in questa Cerca, perché non porta lontano. Volere tutto, qui, è necessario come lo è dare tutto. Ma, ripeto, parlo di volere ed eventualmente ottenere tutto ciò che serve, non tutto ciò che si vuole, non tutto ciò che si riesce ad accaparrarsi, non tutto ciò che capita.
Il Fuoco. Ecco “tutto”.
giovedì 28 novembre 2013
chi ha paura della strega?
Vassilissa accetta la Maga, accetta di servire l’irrazionale, che di fatto la tratta con più giustizia di come la trattavano coloro che avrebbero dovuto amarla (la matrigna e le sorellastre) ma che in realtà sfruttavano la sua debolezza. Non che la strega la tratti con tenerezza. Solo con equità.
Baba Jaga non vuole i deboli. Se li mangia. E’ bene ricordarlo. Non è la Paura da deboli quella che è dovuta a Baba Jaga. Le è dovuta la Sacra paura dell’Ignoto, la paura di coloro i quali tremano, ma non si paralizzano. Chi è paralizzato, o addormentato, da quella paura da omuncoli, non riesce a muoversi per portare a termine il lavoro che Lei assegna, e quindi è destinato a perire.
La paura della Realtà fa sghignazzare Baba Jaga. Se temi la realtà quotidiana, come sopporterai la visione di Lei? Come farà a non venirti da vomitare quando la sua casa ballerà con te dentro? Come farai a fare tutto ciò che Lei ti chiede, se avrai così tanto timore della Realtà da non arrivare neanche a capire che esiste un intuito da ascoltare per rendere tutto più veloce? Se a malapena cammini, a causa della tua impaurita lentezza, come potrà lei, magari un giorno, portarti a volare sul suo mortaio?
Baba Jaga, la Donna Selvaggia, entra nella realtà di tutte noi. Più o meno consciamente, avvertiamo i suoi messaggi. Un sogno di un certo tipo, spesso macabro. Digrignare i denti mentre si dorme. Un incontro che smuove qualcosa di strano senza quasi sapere come quella persona si chiama, un incontro che spesso spaventa e che mai ci fa sentire rilassati.
Non esiste un “momento giusto” con lei. Spesso molti di noi temono la Realtà, e chiamano questa fifa “non sentirsi pronti”. Anche di questo Lei ride sguaiata. Se la Vita ti ha messo davanti qualcosa adesso, allora quella cosa è di adesso. Se Baba Jaga ti ha dato del lavoro da fare, devi farlo o la pagherai. Non è che puoi farla tanto aspettare. Spesso la vita ci mette davanti prove difficili, altre volte possibilità di essere felici. Essere spiazzati può capitare. Ma starsene immobili adducendo motivi quali “non è un buon momento”, non aiuta, e soprattutto non fa mica sopraggiungere quel tanto agognato momento. Se quello che ci sta capitando è un dispiacere, e non lo affrontiamo, quello presto o tardi ci arriverà comunque addosso, e forse ci sommergerà. Se quello che ci sta capitando è una possibilità di essere felici, non afferrarla la farà svanire, e renderà noi degli idioti. Non arriveremo da Baba Jaga, o lei non ci vorrà. Non avremo il Fuoco, e la nostra Casa sarà ancora più buia e fredda. Non potremo cucinare per nutrire il nostro intuito e la nostra personalità.
Vivere nella Realtà con coraggio, respirare stare in piedi parlare in modo integrato e vero, prendere quello che la Vita ci offre tenendo bene a mente che la Certezza non è fatta per noi mortali, ma che siamo destinati al dubbio, che è un'altra parola per dire Possibilità, Opportunità.. fidandoci del nostro intuito e rimanendo integre nella nostra vita, allora raggiungeremo la Selvaggia e saremo abbastanza solide e sagge per fare ciò che chiede, come lo chiede. Lei ci preparerà. Ci insegnerà a vivere ad un altro livello. Ci darà il Fuoco.
E noi splenderemo, bellissime roventi luminose e terribili.
Baba Jaga non vuole i deboli. Se li mangia. E’ bene ricordarlo. Non è la Paura da deboli quella che è dovuta a Baba Jaga. Le è dovuta la Sacra paura dell’Ignoto, la paura di coloro i quali tremano, ma non si paralizzano. Chi è paralizzato, o addormentato, da quella paura da omuncoli, non riesce a muoversi per portare a termine il lavoro che Lei assegna, e quindi è destinato a perire.
La paura della Realtà fa sghignazzare Baba Jaga. Se temi la realtà quotidiana, come sopporterai la visione di Lei? Come farà a non venirti da vomitare quando la sua casa ballerà con te dentro? Come farai a fare tutto ciò che Lei ti chiede, se avrai così tanto timore della Realtà da non arrivare neanche a capire che esiste un intuito da ascoltare per rendere tutto più veloce? Se a malapena cammini, a causa della tua impaurita lentezza, come potrà lei, magari un giorno, portarti a volare sul suo mortaio?
Baba Jaga, la Donna Selvaggia, entra nella realtà di tutte noi. Più o meno consciamente, avvertiamo i suoi messaggi. Un sogno di un certo tipo, spesso macabro. Digrignare i denti mentre si dorme. Un incontro che smuove qualcosa di strano senza quasi sapere come quella persona si chiama, un incontro che spesso spaventa e che mai ci fa sentire rilassati.
Non esiste un “momento giusto” con lei. Spesso molti di noi temono la Realtà, e chiamano questa fifa “non sentirsi pronti”. Anche di questo Lei ride sguaiata. Se la Vita ti ha messo davanti qualcosa adesso, allora quella cosa è di adesso. Se Baba Jaga ti ha dato del lavoro da fare, devi farlo o la pagherai. Non è che puoi farla tanto aspettare. Spesso la vita ci mette davanti prove difficili, altre volte possibilità di essere felici. Essere spiazzati può capitare. Ma starsene immobili adducendo motivi quali “non è un buon momento”, non aiuta, e soprattutto non fa mica sopraggiungere quel tanto agognato momento. Se quello che ci sta capitando è un dispiacere, e non lo affrontiamo, quello presto o tardi ci arriverà comunque addosso, e forse ci sommergerà. Se quello che ci sta capitando è una possibilità di essere felici, non afferrarla la farà svanire, e renderà noi degli idioti. Non arriveremo da Baba Jaga, o lei non ci vorrà. Non avremo il Fuoco, e la nostra Casa sarà ancora più buia e fredda. Non potremo cucinare per nutrire il nostro intuito e la nostra personalità.
Vivere nella Realtà con coraggio, respirare stare in piedi parlare in modo integrato e vero, prendere quello che la Vita ci offre tenendo bene a mente che la Certezza non è fatta per noi mortali, ma che siamo destinati al dubbio, che è un'altra parola per dire Possibilità, Opportunità.. fidandoci del nostro intuito e rimanendo integre nella nostra vita, allora raggiungeremo la Selvaggia e saremo abbastanza solide e sagge per fare ciò che chiede, come lo chiede. Lei ci preparerà. Ci insegnerà a vivere ad un altro livello. Ci darà il Fuoco.
E noi splenderemo, bellissime roventi luminose e terribili.
Baba Jaga e la sua casa
Baba Jaga e la sua casa fanno parte del mondo istintuale. La Pinkola Estés definisce questa strega come “il midollo della psiche istintiva integrata”. Baba Jaga conosce il passato (sa chi sono Vassilissa ed i suoi). E’ custode degli Esseri che regolano il ciclo del Tempo ( i tre uomini a cavallo). Possiede un fuoco che divampa da solo, dai teschi e nei teschi. E’ terribile e saggia. E’ brutta perché contiene in se’ il Fuoco nella Morte. La primordialità del passato archetipo. Fa paura perché ha a che fare strettamente con il ciclo Vita/Morte/Rinascita che costituisce forse il nucleo, il cuore del nostro concetto di Ignoto. Baba Jaga incute un terrore primordiale, ed estremamente vivificante. Il terrore per il quale tremi forte.
La sua casa, come lei, non sta mai ferma. E se anche sta ferma, esattamente come Baba Jaga questa casa freme. E’ piena di energia e di entusiasmo, e se le va balla come una gallina pazza che non riesce a contenere la propria esplosività. La Estés, di nuovo, suggerisce che se questa storia raccontasse un sogno compensatorio, potremmo pensare che per Vassilissa, partita da una vita piatta e spenta, una casa come questa serve a compensare la sua incapacità di volteggiare, la sua sostanziale apatia.
Il magico, spaventoso e incredibile mondo di questa strega è un mondo dove nulla è come sembra o come ci si aspetta, un mondo in cui le cose che si credono inanimate si muovono, in cui la Morte crea il Fuoco, in cui una vecchia è l’Essere che tutto può. Essa è la Madre Selvaggia, che si sostituisce alla Madre Amorevole dell’infanzia, colei che aveva donato a Vassilissa la preziosa bambola, e che ad un certo punto della storia deve morire. La bambola, emblema dell’Intuito, funziona bene, ma Vassilissa non farà passi avanti senza essere messa alla prova ed addestrata dalla Vecchia Selvaggia.
Baba Jaga è severa e minacciosa, ma giusta. Se la si ascolta lei non punisce. Il timore verso di Lei è giusto e non va espresso in piaggeria o accondiscendenza, bensì in rispetto onesto. Mostrandosi lealmente per ciò che è, e rispettando la Nonna per ciò che anche Lei è, Vassilissa ottiene di rimanere illesa, di apprendere alcuni Misteri e di ricevere il Fuoco che riaccenderà la sua vita.
Insomma, Baba Jaga e la sua casa non sono per tutti. O almeno, non ci si arriva subito. Prima di arrivarci, Vassilissa affronta la morte della madre, lo sfruttamento della matrigna e delle sorellastre, l’abbandono della casa natale, un lungo cammino nella foresta. Sono tutti passaggi da fare, per l’anima con l’aiuto essenziale dell’intuito.
E quando arriviamo? Lei ci piomba addosso urlando. Ci sgrida e ci scruta e mostra di conoscere noi e la nostra storia e di controllarci molto da vicino. E’ brutta e sporca, e la sua casa fa spavento. Ma l’Intuito, dalla tasca del nostro grembiule, ci dice “Rimani. E’ questa la casa che cerchi.”
Rimani. E’ questa la casa che cerchi.
La sua casa, come lei, non sta mai ferma. E se anche sta ferma, esattamente come Baba Jaga questa casa freme. E’ piena di energia e di entusiasmo, e se le va balla come una gallina pazza che non riesce a contenere la propria esplosività. La Estés, di nuovo, suggerisce che se questa storia raccontasse un sogno compensatorio, potremmo pensare che per Vassilissa, partita da una vita piatta e spenta, una casa come questa serve a compensare la sua incapacità di volteggiare, la sua sostanziale apatia.
Il magico, spaventoso e incredibile mondo di questa strega è un mondo dove nulla è come sembra o come ci si aspetta, un mondo in cui le cose che si credono inanimate si muovono, in cui la Morte crea il Fuoco, in cui una vecchia è l’Essere che tutto può. Essa è la Madre Selvaggia, che si sostituisce alla Madre Amorevole dell’infanzia, colei che aveva donato a Vassilissa la preziosa bambola, e che ad un certo punto della storia deve morire. La bambola, emblema dell’Intuito, funziona bene, ma Vassilissa non farà passi avanti senza essere messa alla prova ed addestrata dalla Vecchia Selvaggia.
Baba Jaga è severa e minacciosa, ma giusta. Se la si ascolta lei non punisce. Il timore verso di Lei è giusto e non va espresso in piaggeria o accondiscendenza, bensì in rispetto onesto. Mostrandosi lealmente per ciò che è, e rispettando la Nonna per ciò che anche Lei è, Vassilissa ottiene di rimanere illesa, di apprendere alcuni Misteri e di ricevere il Fuoco che riaccenderà la sua vita.
Insomma, Baba Jaga e la sua casa non sono per tutti. O almeno, non ci si arriva subito. Prima di arrivarci, Vassilissa affronta la morte della madre, lo sfruttamento della matrigna e delle sorellastre, l’abbandono della casa natale, un lungo cammino nella foresta. Sono tutti passaggi da fare, per l’anima con l’aiuto essenziale dell’intuito.
E quando arriviamo? Lei ci piomba addosso urlando. Ci sgrida e ci scruta e mostra di conoscere noi e la nostra storia e di controllarci molto da vicino. E’ brutta e sporca, e la sua casa fa spavento. Ma l’Intuito, dalla tasca del nostro grembiule, ci dice “Rimani. E’ questa la casa che cerchi.”
Rimani. E’ questa la casa che cerchi.
lunedì 25 novembre 2013
Tremate tremate 1: Baba Jaga
Baba Jaga per i popoli baltici (Russi, Rumeni, Polacchi, Iugoslavi..) è la strega per eccellenza. Quando si vuole un cattivo di spessore, e lo si vuole femmina, allora si chiama in gioco lei. La storia per la quale tutti o quasi, in giro per il mondo, la conoscono, è quella di Vassilissa.
La riporto nella versione raccontata da Clarissa Pinkola Estés in “Donne che corrono coi lupi”, anche se con alcuni tagli e alcune parti riassunte per non allungare troppo il post; Clarissa a sua volta racconta la versione narratale da sua zia Kathé.
C’era una volta, e una volta non c’era, una giovane madre che giaceva sul letto di morte. Chiamò a se’ la figlioletta Vassilissa. “Ecco, questa bambola è per te, tesoro mio”, sussurrò la donna, e da sotto le coperte tirò fuori una bambolina vestita come Vassilissa.
“Sono le mie ultime parole, bambina mia. Se ti perderai o avrai bisogno di aiuto, domanda a questa bambola, e sarai assistita. Tienila sempre con te. Non parlarne a nessuno, e nutrila quando ha fame. Questa è la promessa fatta a te da tua madre, questa è la mia benedizione, cara figlia.” E il respiro le ricadde nelle profondità del corpo, dove raccolse l’anima e sfuggì dalle labbra: la mamma era morta.
La bambina e suo padre a lungo piansero e si disperarono. Ma poi, come il campo crudelmente sconvolto dalla guerra, la vita del padre rinverdì, e l’uomo sposò una vedova che aveva due figlie. Sebbene la matrigna e le sue figlie avessero modi educati e sorridessero sempre come vere signore, dietro i loro sorrisi c’era qualcosa del roditore che il padre di Vassilissa non notava.
Quando le tre donne erano da sole con Vassilissa la tormentavano, la costringevano a servirle. La odiavano perché in lei c’era una dolcezza ultraterrena. Si rendeva utile senza mai un lamento.
Un giorno la matrigna e le sorellastre non la sopportarono proprio più. “Facciamo in modo.. che il fuoco si estingua, e poi mandiamo Vassilissa nella foresta da Baba Jaga, la strega, a chiedere il fuoco per la terra. La vecchia la ucciderà e se la mangerà.”
Così quella sera, quando Vassilissa tornò dopo aver raccolto la legna, la casa era tutta al buio.
Disse la matrigna: “Soltanto tu puoi andare a cercare Baba Jaga e chiederle un carbone per riaccendere il fuoco.”
Vassilissa si avviò. Nel bosco l’oscurità fitta e i ramoscelli che scricchiolavano la riempivano di paura. Infilò la mano nella profonda tasca del grembiule, accarezzò la bambola e disse “Solo a toccarla, già mi sento meglio”.
E a ogni biforcazione, Vassilissa infilava la mano in tasca e consultava la bambola, che indicava in quali direzioni andare. La ragazza le diede un po’ del suo pane e seguì quanto sentiva provenire dalla bambola. Improvvisamente un uomo vestito di bianco su un cavallo bianco passò al galoppo, e si fece più chiaro. Poi passò un uomo vestito di rosso su un cavallo rosso, e sorse il sole. Cammina cammina, Vassilissa arrivò alla tana di Baba Jaga, e proprio in quel momento un cavaliere vestito di nero arrivò al trotto su un cavallo nero, e penetrò nella baracca. Subito si fece notte. Lo steccato di ossa e teschi attorno alla baracca prese ad ardere di un fuoco interno, e la radura nella foresta fu dunque illuminata da una luce fantastica.
Baba Jaga era una creatura veramente spaventosa. Viaggiava in un mortaio che si spostava da solo. Guidava questo veicolo con un remo a forma di pestello, e intanto cancellava le tracce alle sue spalle con una scopa fatta con i capelli di una persona morta da gran tempo.
E il mortaio volava nel cielo con i capelli grassi di Baba Jaga che svolazzavano dietro. Il lungo mento era ricurvo verso l’alto e il lungo naso verso il basso, così si incontravano al centro. Aveva una barbetta a punta tutta bianca e verruche sulla pelle per il suo commercio con i rospi. Le unghie nere erano spesse e ricurve e tanto lunghe che non poteva chiudere la mano a pugno.
Ancora più strana era la casa di Baba Jaga. Posava su un mucchio di zampe gialle di gallina, camminava da sola e talvolta volteggiava come una ballerina in estasi. Le maniglie delle porte e delle finestre erano fatte con dita di mani e di piedi umani e il chiavistello della porta d’ingresso era un grugno dai denti appuntiti.
Quando Vassilissa chiese, la bambola rispose “E’ questa la casa che cerchi”. E d’improvviso Baba Jaga nel suo mortaio calò su Vassilissa urlandole: “Che cosa vuoi?”
La fanciulla tremava. “Nonna, sono venuta per il fuoco.. ho bisogno di fuoco.”
E Baba Jaga di rimando: “Oh, sììì, ti conosco, e conosco i tuoi. Dunque, essere inutile.. hai lasciato spegnere il fuoco. Non è una bella cosa da farsi. E, per giunta, che cosa ti fa pensare che ti darò la fiamma?”
Vassilissa consultò la bambola e si affrettò a rispondere: “Perché chiedo.”
Baba Jaga disse soddisfatta: “Sei fortunata. E’ la risposta giusta”.
Baba Jaga entrò rumorosamente nella catapecchia e si sdraiò sul letto e ordinò a Vassilissa di portarle quel che stava cuocendo nel forno. Nel forno c’era cibo sufficiente per dieci persone, e Baba Jaga se lo mangiò tutto, lasciando una piccola crosta e un cucchiaio di minestra per Vassilissa.
“ Lavami i vestiti, scopa il cortile, pulisci la casa, preparami da mangiare, separa il grano buono da quello cattivo e vedi che tutto sia in ordine. Tornerò a controllare quel che hai fatto più tardi. Se non avrai finito, sarai tu il mio banchetto.”
Non appena Baba Jaga se ne fu andata, Vassilissa si rivolse alla bambola, la nutrì e quella la rassicurò dicendole di andare a dormire. Al mattino, la bambola aveva fatto tutto e non restava che da preparare il pasto. La sera Baba Jaga tornò e trovò che non era rimasto nulla da fare. Un po’ soddisfatta e un po’ no, perché non c’era nulla da ridire, chiamò i suoi fedeli servitori perché macinassero il frumento, e tre paia di mani comparvero a mezz’aria e cominciarono a svolgere il lavoro. Quando fu tutto finito, Baba Jaga si sedette, mangiò per ore e ordinò a Vassilissa di pulire di nuovo tutta la casa, di scopare il cortile e lavarle i vestiti.
Baba Jaga indicò un gran mucchio di sporcizia in cortile, nel quale stavano anche milioni di semi di papavero. “Per domattina voglio un mucchio di semi di papavero e un mucchio di sporcizia, ben separati. Hai capito bene?”
Vassilissa disperata consultò la bambola, che ancora la rassicurò, ed ancora fece tutto il lavoro mentre Vassilissa dormiva.
Il giorno dopo Baba Jaga chiamò i suoi fedeli servitori per spremere l’olio dai semi di papavero, e di nuovo apparvero le tre paia di mani.
Mentre Baba Jaga mangiava, Vassilissa le stava accanto. “Allora, che cos’hai da guardare?” grugnì.
“Posso farti qualche domanda, nonna?”
“Domanda pure”, ordinò Baba Jaga, “ma ricordati che se troppo saprai, presto invecchierai”.
Vassilissa chiese chi fossero i tre uomini e Baba Jaga rivelò che il Bianco era il suo Giorno, il Rosso era il suo Sole Nascente, il Nero era la sua Notte.
Vassilissa avrebbe voluto sapere delle tre paia di mani, ma la bambola dalla tasca le suggerì di non chiedere altro, e Vassilissa ubbidì. Baba Jaga, stupita da tante prove riuscite, e dalla grande saggezza della pur giovane Vassilissa, chiese alla ragazzina come avesse fatto a diventare così. Quando la piccola rispose “Grazie alla benedizione di mia mamma”, Baba Jaga urlò che non c’era bisogno di benedizioni lì attorno, e disse a Vassilissa di andarsene, spingendola fuori nella notte. Le diede però ciò che avevano pattuito, perché la ragazza aveva svolto tutte le sue mansioni al meglio. Prese un teschio dagli occhi ardenti dal recinto e lo infilò su un bastone. “Ecco! Prendi questo teschio sul bastone e portatelo a casa. Ecco il tuo fuoco. Non aggiungere una sola parola. Vattene.”
Vassilissa corse verso casa seguendo il percorso che la bambola le suggeriva, con il teschio davanti a se’ dal quale usciva fuoco dalle orecchie, dagli occhi, dal naso e dalla bocca. D’improvviso provò paura per quel peso e quella luce fantastica e pensò di gettarlo, ma il teschio le parlò, la invitò a calmarsi e a proseguire.
All’ avvicinarsi di Vassilissa, inizialmente la matrigna e le sorellastre, credendola ormai morta, non la riconobbero. Quando la riconobbero le corsero incontro dicendole che erano rimaste senza fuoco dal giorno in cui se n’era andata, e sebbene avessero più volte cercato di accenderlo, non aveva mai attaccato.
Vassilissa entrò in casa con un senso di trionfo, perché era sopravvissuta al periglioso viaggio e aveva riportato il fuoco nella sua casa. Ma il teschio sul bastone osservava ogni mossa delle sorellastre e della matrigna, e il mattino dopo aveva bruciato e ridotto in cenere il malvagio terzetto.
La riporto nella versione raccontata da Clarissa Pinkola Estés in “Donne che corrono coi lupi”, anche se con alcuni tagli e alcune parti riassunte per non allungare troppo il post; Clarissa a sua volta racconta la versione narratale da sua zia Kathé.
C’era una volta, e una volta non c’era, una giovane madre che giaceva sul letto di morte. Chiamò a se’ la figlioletta Vassilissa. “Ecco, questa bambola è per te, tesoro mio”, sussurrò la donna, e da sotto le coperte tirò fuori una bambolina vestita come Vassilissa.
“Sono le mie ultime parole, bambina mia. Se ti perderai o avrai bisogno di aiuto, domanda a questa bambola, e sarai assistita. Tienila sempre con te. Non parlarne a nessuno, e nutrila quando ha fame. Questa è la promessa fatta a te da tua madre, questa è la mia benedizione, cara figlia.” E il respiro le ricadde nelle profondità del corpo, dove raccolse l’anima e sfuggì dalle labbra: la mamma era morta.
La bambina e suo padre a lungo piansero e si disperarono. Ma poi, come il campo crudelmente sconvolto dalla guerra, la vita del padre rinverdì, e l’uomo sposò una vedova che aveva due figlie. Sebbene la matrigna e le sue figlie avessero modi educati e sorridessero sempre come vere signore, dietro i loro sorrisi c’era qualcosa del roditore che il padre di Vassilissa non notava.
Quando le tre donne erano da sole con Vassilissa la tormentavano, la costringevano a servirle. La odiavano perché in lei c’era una dolcezza ultraterrena. Si rendeva utile senza mai un lamento.
Un giorno la matrigna e le sorellastre non la sopportarono proprio più. “Facciamo in modo.. che il fuoco si estingua, e poi mandiamo Vassilissa nella foresta da Baba Jaga, la strega, a chiedere il fuoco per la terra. La vecchia la ucciderà e se la mangerà.”
Così quella sera, quando Vassilissa tornò dopo aver raccolto la legna, la casa era tutta al buio.
Disse la matrigna: “Soltanto tu puoi andare a cercare Baba Jaga e chiederle un carbone per riaccendere il fuoco.”
Vassilissa si avviò. Nel bosco l’oscurità fitta e i ramoscelli che scricchiolavano la riempivano di paura. Infilò la mano nella profonda tasca del grembiule, accarezzò la bambola e disse “Solo a toccarla, già mi sento meglio”.
E a ogni biforcazione, Vassilissa infilava la mano in tasca e consultava la bambola, che indicava in quali direzioni andare. La ragazza le diede un po’ del suo pane e seguì quanto sentiva provenire dalla bambola. Improvvisamente un uomo vestito di bianco su un cavallo bianco passò al galoppo, e si fece più chiaro. Poi passò un uomo vestito di rosso su un cavallo rosso, e sorse il sole. Cammina cammina, Vassilissa arrivò alla tana di Baba Jaga, e proprio in quel momento un cavaliere vestito di nero arrivò al trotto su un cavallo nero, e penetrò nella baracca. Subito si fece notte. Lo steccato di ossa e teschi attorno alla baracca prese ad ardere di un fuoco interno, e la radura nella foresta fu dunque illuminata da una luce fantastica.
Baba Jaga era una creatura veramente spaventosa. Viaggiava in un mortaio che si spostava da solo. Guidava questo veicolo con un remo a forma di pestello, e intanto cancellava le tracce alle sue spalle con una scopa fatta con i capelli di una persona morta da gran tempo.
E il mortaio volava nel cielo con i capelli grassi di Baba Jaga che svolazzavano dietro. Il lungo mento era ricurvo verso l’alto e il lungo naso verso il basso, così si incontravano al centro. Aveva una barbetta a punta tutta bianca e verruche sulla pelle per il suo commercio con i rospi. Le unghie nere erano spesse e ricurve e tanto lunghe che non poteva chiudere la mano a pugno.
Ancora più strana era la casa di Baba Jaga. Posava su un mucchio di zampe gialle di gallina, camminava da sola e talvolta volteggiava come una ballerina in estasi. Le maniglie delle porte e delle finestre erano fatte con dita di mani e di piedi umani e il chiavistello della porta d’ingresso era un grugno dai denti appuntiti.
Quando Vassilissa chiese, la bambola rispose “E’ questa la casa che cerchi”. E d’improvviso Baba Jaga nel suo mortaio calò su Vassilissa urlandole: “Che cosa vuoi?”
La fanciulla tremava. “Nonna, sono venuta per il fuoco.. ho bisogno di fuoco.”
E Baba Jaga di rimando: “Oh, sììì, ti conosco, e conosco i tuoi. Dunque, essere inutile.. hai lasciato spegnere il fuoco. Non è una bella cosa da farsi. E, per giunta, che cosa ti fa pensare che ti darò la fiamma?”
Vassilissa consultò la bambola e si affrettò a rispondere: “Perché chiedo.”
Baba Jaga disse soddisfatta: “Sei fortunata. E’ la risposta giusta”.
Baba Jaga entrò rumorosamente nella catapecchia e si sdraiò sul letto e ordinò a Vassilissa di portarle quel che stava cuocendo nel forno. Nel forno c’era cibo sufficiente per dieci persone, e Baba Jaga se lo mangiò tutto, lasciando una piccola crosta e un cucchiaio di minestra per Vassilissa.
“ Lavami i vestiti, scopa il cortile, pulisci la casa, preparami da mangiare, separa il grano buono da quello cattivo e vedi che tutto sia in ordine. Tornerò a controllare quel che hai fatto più tardi. Se non avrai finito, sarai tu il mio banchetto.”
Non appena Baba Jaga se ne fu andata, Vassilissa si rivolse alla bambola, la nutrì e quella la rassicurò dicendole di andare a dormire. Al mattino, la bambola aveva fatto tutto e non restava che da preparare il pasto. La sera Baba Jaga tornò e trovò che non era rimasto nulla da fare. Un po’ soddisfatta e un po’ no, perché non c’era nulla da ridire, chiamò i suoi fedeli servitori perché macinassero il frumento, e tre paia di mani comparvero a mezz’aria e cominciarono a svolgere il lavoro. Quando fu tutto finito, Baba Jaga si sedette, mangiò per ore e ordinò a Vassilissa di pulire di nuovo tutta la casa, di scopare il cortile e lavarle i vestiti.
Baba Jaga indicò un gran mucchio di sporcizia in cortile, nel quale stavano anche milioni di semi di papavero. “Per domattina voglio un mucchio di semi di papavero e un mucchio di sporcizia, ben separati. Hai capito bene?”
Vassilissa disperata consultò la bambola, che ancora la rassicurò, ed ancora fece tutto il lavoro mentre Vassilissa dormiva.
Il giorno dopo Baba Jaga chiamò i suoi fedeli servitori per spremere l’olio dai semi di papavero, e di nuovo apparvero le tre paia di mani.
Mentre Baba Jaga mangiava, Vassilissa le stava accanto. “Allora, che cos’hai da guardare?” grugnì.
“Posso farti qualche domanda, nonna?”
“Domanda pure”, ordinò Baba Jaga, “ma ricordati che se troppo saprai, presto invecchierai”.
Vassilissa chiese chi fossero i tre uomini e Baba Jaga rivelò che il Bianco era il suo Giorno, il Rosso era il suo Sole Nascente, il Nero era la sua Notte.
Vassilissa avrebbe voluto sapere delle tre paia di mani, ma la bambola dalla tasca le suggerì di non chiedere altro, e Vassilissa ubbidì. Baba Jaga, stupita da tante prove riuscite, e dalla grande saggezza della pur giovane Vassilissa, chiese alla ragazzina come avesse fatto a diventare così. Quando la piccola rispose “Grazie alla benedizione di mia mamma”, Baba Jaga urlò che non c’era bisogno di benedizioni lì attorno, e disse a Vassilissa di andarsene, spingendola fuori nella notte. Le diede però ciò che avevano pattuito, perché la ragazza aveva svolto tutte le sue mansioni al meglio. Prese un teschio dagli occhi ardenti dal recinto e lo infilò su un bastone. “Ecco! Prendi questo teschio sul bastone e portatelo a casa. Ecco il tuo fuoco. Non aggiungere una sola parola. Vattene.”
Vassilissa corse verso casa seguendo il percorso che la bambola le suggeriva, con il teschio davanti a se’ dal quale usciva fuoco dalle orecchie, dagli occhi, dal naso e dalla bocca. D’improvviso provò paura per quel peso e quella luce fantastica e pensò di gettarlo, ma il teschio le parlò, la invitò a calmarsi e a proseguire.
All’ avvicinarsi di Vassilissa, inizialmente la matrigna e le sorellastre, credendola ormai morta, non la riconobbero. Quando la riconobbero le corsero incontro dicendole che erano rimaste senza fuoco dal giorno in cui se n’era andata, e sebbene avessero più volte cercato di accenderlo, non aveva mai attaccato.
Vassilissa entrò in casa con un senso di trionfo, perché era sopravvissuta al periglioso viaggio e aveva riportato il fuoco nella sua casa. Ma il teschio sul bastone osservava ogni mossa delle sorellastre e della matrigna, e il mattino dopo aveva bruciato e ridotto in cenere il malvagio terzetto.
progetto nuovo: tremate tremate..
Questo è un progetto che avevo in mente da tempo. Ci ho messo qualche anno a raccogliere materiale sufficiente per avere almeno le basi..le ossa che spero di riunire con il mio canto come fa la Loba..chissà se oltre ad uno scheletro saprò, almeno qualche volta, darvi di più..non dico un lupo vivo e vegeto ululante alla luna..ma almeno mi piacerebbe riuscire a metterci un po' di carne addosso, a queste ossa..poi potrete farle vivere voi, nella vostra interiorità.
Dunque come avrete intuito quest'anno parlerò di streghe. Ancora non so se mi dedicherò "solo" a quelle delle fiabe o se scriverò anche di qualche strega realmente esistita.
Mi piacerebbe, in parallelo, scrivere anche Dentro le Nebbie della stessa strega di cui parlerò qui, di volta in volta..ma Dentro le Nebbie tutto è diverso e sono ancora meno sicura di farcela..non vi prometto niente ne'.
Come al solito sono graditi contributi, idee, commenti e proposte.
Partirò da Baba Jaga.
Ma devi proprio cominciare con quella che fa più paura di tutte? Sì.
Per me, per il mio percorso di vita finora, lei è stata ed è fra le più spaventose e anche fra le più potenti. Quindi meglio affrontarla subito, perché non la si “risolve” certo in un mese di post insulsi. Credo proprio che tornerà, come torna nei miei sogni e nelle mie intuizioni improvvise.
Quindi tremate tremate..
martedì 12 novembre 2013
le vedi camminare insieme nella pioggia o sotto il sole..
Vorrei concludere il mio minimo discorso su Frida, prima di passare al progetto nuovo.
Stasera vorrei parlare di quello di cui forse ci si aspettava avrei parlato subito, conoscendomi. Ovvero della forza come solitamente la intendo io. La forza della testardaggine, ma anche dell’integrità, il coraggio o forse la follia di non mandarle mai a dire. Vorrei parlare di quanto seppe essere radicale, non solo nell’arte, questa Donna Selvaggia. Del fatto che, a costo di passare per stronza, disse ogni volta ciò che aveva da dire, nel bene e nel male, con un linguaggio ben chiaro, talvolta caustico, mai banale ma sempre esente da fronzoli. Barocca nell’abbigliamento e a volte anche nei dipinti, pulita e limpida e diretta nelle idee. Se dovessi identificarla con un rumore, penserei ad un rombo.
Io la immagino con tanti problemi e poche paturnie, Frida. Forte e chiara. La pagò, inutile anche dirlo, ma in fondo possiamo darle torto? La vita è crudele, e quasi nessuno ti tratta davvero con gentilezza, tranne quando vuole ottenere qualcosa. Quindi, perché farsi mille problemi sul come dire le cose, sui tempi, sulla paura che potrebbe fare la nostra irruenza? Perché preoccuparsi così tanto se scompigliamo tutte le carte in tavola a qualcuno, o se lo destabilizziamo nella sua (presunta) sensibilità, o lo mettiamo in fuga con il nostro fuoco? Lo dico sempre e lo ripeto. Vaffanculo.
Certe persone dicono che rispetto significa non forzare mai, agire e parlare adattandosi alle esigenze altrui. Ma io dico che rispetto è dire le cose come sono, belle e brutte, cosicché l’altra persona è VERAMENTE libera di decidere se ciò che facciamo o diciamo le sta bene. Perché sa che ciò che facciamo e diciamo equivale a ciò che siamo. Di conseguenza anche l’altra persona può essere se’ stessa. Voglio poterti dire che sono pazza di te quando e quanto mi pare. Voglio poterti mandare a fanculo quando e quanto mi pare. Ovviamente ho delle ragioni per fare entrambe le cose, se non le avessi non sarebbe questione di rispetto ma di patologia psichiatrica.
Quando qualcuno passa una giornata a coccolarti e poi all’ improvviso sembra dimenticarsi di te, e poi tira fuori la scusa di “non coinvolgerti nei suoi problemi”, quello come lo si chiama? E’ una persona sensibile e confusa o ha la sindrome bipolare? E’ bugiarda o spaventata? Sono tutte possibilità. Perché chi passa il tempo a fare giochetti ha delle possibilità, mentre chi parla chiaro è sempre, irrevocabilmente, una stronza insensibile dai modi perentori?
Gentilezza e delicatezza sono due cose diverse. Essere indecisi e dimostrare poco interesse sono cose diverse.
Frida, come dicevo nel post precedente, dice “Io sono qui”. Molta gente, spesso quella dalla sensibilità facilmente urtabile, crede che queste parole siano seguite da un silenzioso completamento: “per te”.
Ma “Io sono qui” significa anche “Guardami. Sono qui e ci resto. Sono presente a me stessa, al mondo, e anche a te. Non sono invisibile e sono Bellezza.”
Decisi lo si è anche nel senso positivo, come lo fu Frida che amò fino in fondo e anche oltre, e che fu sempre di una generosità meravigliosa. Con una come Frida eri sicuro. Che se ti diceva “Ti amo”, “Sei importante per me”, era vero cazzo. Che se non era sicura di qualcosa, non significava che se ne dimenticava da un minuto all’altro, ma al contrario che ci pensava e ci rifletteva.
Perché, come mi ha recentemente detto Lu, “essere selvagge non preclude la dolcezza”. Dirti stronza non preclude dirti che sono cotta di te. Dirti che voglio star sola non preclude dirti che anche da sola ti penso. Dirti che vorrei accarezzarti non preclude la possibilità di mandarti a cagare. Perché, sempre parafrasando Lu, “essere libera significa non prendere sempre lo stesso sentiero per forza, ma decidere anche, se vogliamo o se ci serve, di prendere il sentiero opposto, senza smettere di essere noi stesse.”
“Io sono quello a cui fai accender sigarette, e sono quello per cui le hai accese tu”, cantava Vinicio Capossela. A volte sono carina e altre sono stronza. Ma sono sempre leale. Non mi nascondo e non dimentico coloro ai quali ho promesso la mia presenza. Credo che anche questo sia “essere Frida”. Ma anche essere Margarita, essere Anne e Mary, essere Michelina, essere Ruth e Margareth, essere Tori, essere Eleonora, essere Clarissa, essere Artemisia, essere Pina, essere Anna, essere Saffo. Essere colei che “morirà con la sua lingua”. Essere Demetra. Essere tutto il contrario de “il sesso debole”.
Forse, in definitiva, essere Strega significa anche questo. Si dice che una strega tace molte cose, ed è una grande verità. Ma non tace sempre. Non tace a caso. Non ha paura di mostrare chi è, se lo ritiene opportuno. Non mente.
Vorrei essere più intrigante e meno evidente. Più silenziosa e meno palese. Più riflessiva e meno esplosiva. Più sfuggente e meno irruente. Non sono tutto ciò che vorrei essere, come probabilmente non lo era nessuna delle Donne di quest’anno.
Ma ciò che siamo, loro ed io, è ben chiaro.
Siamo Selvagge. Streghe. Roboanti. Antiche. Potenti. Spaventose. Amanti. Cariche. Siamo così come ci vedi, e siamo anche molto di più.
Se credi, o speri, che ci scorderemo di te, che rinunceremo ad aspettarti al varco, che eviteremo di picchiarti in testa e poi (o magari anche prima) riempirti di baci.. Se credi o speri che siamo come tutti gli altri e tutte le altre, che presto la paura prenderà anche noi, e lo sconforto, e la voglia di lasciarti sola.. se credi o speri qualcosa del genere.. oh dolcezza, non sai quanto ti sbagli..
Stasera vorrei parlare di quello di cui forse ci si aspettava avrei parlato subito, conoscendomi. Ovvero della forza come solitamente la intendo io. La forza della testardaggine, ma anche dell’integrità, il coraggio o forse la follia di non mandarle mai a dire. Vorrei parlare di quanto seppe essere radicale, non solo nell’arte, questa Donna Selvaggia. Del fatto che, a costo di passare per stronza, disse ogni volta ciò che aveva da dire, nel bene e nel male, con un linguaggio ben chiaro, talvolta caustico, mai banale ma sempre esente da fronzoli. Barocca nell’abbigliamento e a volte anche nei dipinti, pulita e limpida e diretta nelle idee. Se dovessi identificarla con un rumore, penserei ad un rombo.
Io la immagino con tanti problemi e poche paturnie, Frida. Forte e chiara. La pagò, inutile anche dirlo, ma in fondo possiamo darle torto? La vita è crudele, e quasi nessuno ti tratta davvero con gentilezza, tranne quando vuole ottenere qualcosa. Quindi, perché farsi mille problemi sul come dire le cose, sui tempi, sulla paura che potrebbe fare la nostra irruenza? Perché preoccuparsi così tanto se scompigliamo tutte le carte in tavola a qualcuno, o se lo destabilizziamo nella sua (presunta) sensibilità, o lo mettiamo in fuga con il nostro fuoco? Lo dico sempre e lo ripeto. Vaffanculo.
Certe persone dicono che rispetto significa non forzare mai, agire e parlare adattandosi alle esigenze altrui. Ma io dico che rispetto è dire le cose come sono, belle e brutte, cosicché l’altra persona è VERAMENTE libera di decidere se ciò che facciamo o diciamo le sta bene. Perché sa che ciò che facciamo e diciamo equivale a ciò che siamo. Di conseguenza anche l’altra persona può essere se’ stessa. Voglio poterti dire che sono pazza di te quando e quanto mi pare. Voglio poterti mandare a fanculo quando e quanto mi pare. Ovviamente ho delle ragioni per fare entrambe le cose, se non le avessi non sarebbe questione di rispetto ma di patologia psichiatrica.
Quando qualcuno passa una giornata a coccolarti e poi all’ improvviso sembra dimenticarsi di te, e poi tira fuori la scusa di “non coinvolgerti nei suoi problemi”, quello come lo si chiama? E’ una persona sensibile e confusa o ha la sindrome bipolare? E’ bugiarda o spaventata? Sono tutte possibilità. Perché chi passa il tempo a fare giochetti ha delle possibilità, mentre chi parla chiaro è sempre, irrevocabilmente, una stronza insensibile dai modi perentori?
Gentilezza e delicatezza sono due cose diverse. Essere indecisi e dimostrare poco interesse sono cose diverse.
Frida, come dicevo nel post precedente, dice “Io sono qui”. Molta gente, spesso quella dalla sensibilità facilmente urtabile, crede che queste parole siano seguite da un silenzioso completamento: “per te”.
Ma “Io sono qui” significa anche “Guardami. Sono qui e ci resto. Sono presente a me stessa, al mondo, e anche a te. Non sono invisibile e sono Bellezza.”
Decisi lo si è anche nel senso positivo, come lo fu Frida che amò fino in fondo e anche oltre, e che fu sempre di una generosità meravigliosa. Con una come Frida eri sicuro. Che se ti diceva “Ti amo”, “Sei importante per me”, era vero cazzo. Che se non era sicura di qualcosa, non significava che se ne dimenticava da un minuto all’altro, ma al contrario che ci pensava e ci rifletteva.
Perché, come mi ha recentemente detto Lu, “essere selvagge non preclude la dolcezza”. Dirti stronza non preclude dirti che sono cotta di te. Dirti che voglio star sola non preclude dirti che anche da sola ti penso. Dirti che vorrei accarezzarti non preclude la possibilità di mandarti a cagare. Perché, sempre parafrasando Lu, “essere libera significa non prendere sempre lo stesso sentiero per forza, ma decidere anche, se vogliamo o se ci serve, di prendere il sentiero opposto, senza smettere di essere noi stesse.”
“Io sono quello a cui fai accender sigarette, e sono quello per cui le hai accese tu”, cantava Vinicio Capossela. A volte sono carina e altre sono stronza. Ma sono sempre leale. Non mi nascondo e non dimentico coloro ai quali ho promesso la mia presenza. Credo che anche questo sia “essere Frida”. Ma anche essere Margarita, essere Anne e Mary, essere Michelina, essere Ruth e Margareth, essere Tori, essere Eleonora, essere Clarissa, essere Artemisia, essere Pina, essere Anna, essere Saffo. Essere colei che “morirà con la sua lingua”. Essere Demetra. Essere tutto il contrario de “il sesso debole”.
Forse, in definitiva, essere Strega significa anche questo. Si dice che una strega tace molte cose, ed è una grande verità. Ma non tace sempre. Non tace a caso. Non ha paura di mostrare chi è, se lo ritiene opportuno. Non mente.
Vorrei essere più intrigante e meno evidente. Più silenziosa e meno palese. Più riflessiva e meno esplosiva. Più sfuggente e meno irruente. Non sono tutto ciò che vorrei essere, come probabilmente non lo era nessuna delle Donne di quest’anno.
Ma ciò che siamo, loro ed io, è ben chiaro.
Siamo Selvagge. Streghe. Roboanti. Antiche. Potenti. Spaventose. Amanti. Cariche. Siamo così come ci vedi, e siamo anche molto di più.
Se credi, o speri, che ci scorderemo di te, che rinunceremo ad aspettarti al varco, che eviteremo di picchiarti in testa e poi (o magari anche prima) riempirti di baci.. Se credi o speri che siamo come tutti gli altri e tutte le altre, che presto la paura prenderà anche noi, e lo sconforto, e la voglia di lasciarti sola.. se credi o speri qualcosa del genere.. oh dolcezza, non sai quanto ti sbagli..
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